HAND ON THE MOON

Ma quanto occorre aver vissuto per aver registrato in una esistenza ancora pronta ad un suo futuro una successione di mutamenti così repentini, ognuno dei quali pareva aver occupato così tante generazioni? Il telefono squilla.E’ il più grande fastidio tra le comodità e la più grande comodità tra i fastidi, disse un tale Staughton. Di rispondere adesso non ho voglia. Telefona tra vent’anni. Io adesso non so cosa dire. Il primo passo fuori dalla porta vestito come un astronauta direzione odissea nello spazio sembrò difficile, benché sapesse benissimo che si sarebbe trovato davanti un monumento simile a mille altri assolutamente inoffensivi. La verità è che egli sapeva di inoltrarsi in un territorio forse proibito, in uno spazio mai rifiutato, in una dimensione della memoria che la realtà avrebbe potuto anche distruggere impietosamente. Camminava quasi sospeso nell’aria come il fantasma di Natale, imprevedibilmente assalito da un formicolare di assolate felicità lontane nel tempo. La terra sembrava scottargli sotto i piedi. Con questo la tensione pareva scaricarsi e la raggiera che si formava in cielo per il riverbero della primavera che incombeva arrivava solare e sembrava un augurio brulicante di speranze. Sulle fiancate le lunghe file di denti luccicavano alla luna come le zanne bianche di un figlio di Annibale. La speranza è una cosa buona e come tutte le cose buone non muore mai.La speranza di vincere insieme questa battaglia contro la possente massa invisibile che saetta perpendicolare e subdola nell’aria con la sua ghigna mortale. Molti sono acerbi, verdi come le montagne verdi da dove provengono. Tanti sono attempati. Appena qualche minuto dopo, quando ha già percorso con la sua navicella spaziale “Mini One” strade e piazze deserte alle quali ormai si sente vicino e chiamato, si convince che la città nell’insieme è ancora quella e a ogni cambiamento di direzione tornano attuali immagini che sembravano perdute. Non si sentiva volare una mosca. E così poi è rimasto tutto il tempo. Anche loro si erano messe sull’attenti. Il silenzio dei vicoli solitari, i colori variegati colavano dentro di lui come il latte dell’infanzia che rigenera il tessuto dei ricordi.Così con animo suadente varcò la soglia del duomo deciso ad affrontare le ombre silenziose. In quel luogo l’aria stessa erafredda, ma viva e avvolgente. Si guardò attorno come un “clandestino” e poi sfiorò il marmo duro e tagliente come un ritorno violento persino dei colori, dei valori tattili, dei lievi sussurri che sono lì presso di lui senza che il tempo li abbia consumati. Sapevacome la vita rallenta e va avanti, esce dal tempo e poi rientra, divagando oltre la realtà, come dinanzi a tutte le circostanze nelle quali accade di riconoscere il riflesso di un mito impossibile. E si volse ad ammirare la magnanimità della pianura che non dava adito a tracce. In compenso però che orizzonte, sollevando lo sguardo dal libro nel quale era risprofondato. Andrà tutto bene!

TIKRIT65