Sulla coda del tempo

Sono in giro da quarantanove anni, giorno più, giorno meno, mese più, mese meno. Ero tra i primi ad arrivare, e quasi sempre tra gli ultimi ad andarmene.

Per forza di cose ho vissuto sempre in modo defilato, dietro le quinte e i riflettori emanano una luce che non conosco, o meglio che non saprei riconoscere.

D’altronde dove sono stato e sono tuttora le luci sono più che smorzate, le grida di incitamento inesistenti, niente striscioni, qualche presenza.

Solo silenzio rotto dalle voci, dai respiri profondi dei ragazzi che inseguono con passione e fantasia il pallone ad ogni rimbalzo.

E’ un mondo fatto di pantaloncini e magliette variegate, macchiati di fango e di verde, di righe sottili tracciate di bianco, di sudore, di passione, di fantasia.

E’ un mondo fatto di ossigeno, è il luogo dell’allegria. E’ una gioia vedere sempre il suo occhio verde che lappa, allargando la gabbia toracica per dare spazio ad un po’ di aria.

Il muro al tempo era solo un’idea, mentre un grappolo di talenti si moltiplicava ad libitum.

Boati di esultanza, esplosioni che si susseguono all’unisono, ad ogni palla che gonfia il sacco, urla di incitamento verso il compagno in difficoltà o in debito di ossigeno, grida di rabbia, imprecazioni, sguardi persi per un‘ occasione fallita, sfumata o fatta sfumare. Qualche parolina di troppo di cui a volte si capisce l’intenzione, ma non il significato, perché sono dette anche in una lingua del calcio che non si conosce.

Ma nonostante tutto, nell’aria rimane sempre un leggero odore di umido e di sudore. L’odore più buono della loro vita. Un colpo breve. Pausa. Altri due. Pausa. Quel paio di secondi era stato pieno di cose, tuttavia da sembrare un’eternità, fra visi sudati e braccia alzate qui e là come sui gradini di una tribuna rudimentale. Una partecipazione comunque da rendere ardente il puro sereno del cielo, più vicino e cupo il marrone della montagna all’orizzonte.

L’odore dello sport, questo è anche il calcio in genere. Qualcosa è rimasto dentro, diciamo un’allegrezza, un’ilarità del cuore e i sintomi positivi non mancano con quelle pagine aperte come delle bandiere. “Nel mio paese si dice che gli alberi grandi si riempiono di funghi, ed è molto meglio fidarsi delle pianticelle”…

I pensieri riprendono laddove tutto avviene in settimana nella sua interezza, nel rettangolo verdeggiante del campo, in una sensazione di grande benessere, mentre trottano alacremente sulla strada verso il campo, senza più rallentare,

perdutamente e felicemente nella lunga e ampia discesa. Diceva il grande pilota Manuel Fangio; “ lavora per essere il primo, ma non crederci mai”…

TIKRIT65