CHE IRONIA

Il silenzio si aggirava furtivo lungo le strade deserte e come dicono mille e più canzoni di blues, mi ritrovavo con la combriccola del Blasco a gironzolare la sera per il nostro paese con le note musicali che riempivano l’aria fredda della notte, l’unico antidoto a serate ataviche, a cercare il passaporto per lasciarlo che arrivò subito dopo sotto forma della prima vera chitarra della sua vita. La musica fu parte integrante della nostra fanciullezza, fu qualcosa che il nostro subconscio assorbì profondamente. La musica era divertimento, anche quella con un messaggio, una dedica radiofonica con un gettone marrone. La sua testa racchiudeva già suoni che non avevano possibilità di venire fuori. E secondo una tradizione da tempo consolidata tentava insieme ai suoi amici, mai a corto di esprimere le sue sensazioni, le sue emozioni, le sue fantasie musicali con una scopa, con le vene della fronte pronte ad esplodere. Provare il brivido della musica dal vivo era un sogno impossibile. Il musicologo Cari Seashore sostiene “che la struttura ritmica della musica può creare anche una sensazione di piacere fisico, di libertà, di ampiezza di nuovi orizzonti”. E quando non faceva pratica su una chitarra vera girava per il campo verdeggiante suonandone una immaginaria che sarebbe diventata la sua voce, la sua collocazione nel mondo, con le sue fantasie che piano piano prendevano corpo e forma, mentre masticava la vecchia mou comprata all’emporio del paese. Free feeling. Una miscela di rock, blues ed estasi musicale. C’era in tutti noi la sensazione fantastica che stessimo vincendo. Avevamo una gran forza, cavalcavamo con maestria da surfisti la cresta di un’onda altissima anche quando la paura atavica di trovarsi i rossi sotto al letto era al culmine. “Che ironia questa malattia cantava il Blasco”! La musica diveniva nel tempo esperienza conoscitiva grazie al quale il fan o ascoltatore entrava in diretto contatto con l’artista o sentiva il suo arrivo a milioni di chilometri di distanza. “Puoi sentire la felicità che barcolla giù in strada, può il vento ricordare, i semafori domani avranno luce blu, i nomi soffiati nel passato? E con il bastone, l’età e la saggezza” sussurrava suonando con la chitarra in spalla il grande Jimi e non gli importava se lo chiamavano vagabondo perché lui sapeva che c’era qualcosa di più profondo delle apparenze. Nel suo modo di scrivere c’era quasi sempre uno scontro tra realtà e fantasia. La fantasia serviva a mostrare i diversi aspetti della realtà. Era un’artista trascinante, graffiante e appassionante che distribuiva con inconsueta generosità la bellezza da lui creata. Ed il ricordo e la sua musica sopravviveranno quale imperituro monumento ad un grande musicista che dava del tu alla propria  chitarra come lui al pallone… 

TIKRIT65